Reactions di Facebook, è ora di prendere una posizione

Non c’è più spazio per i like ambigui, ora ci tocca davvero esporci. Saranno contente le aziende
Da mercoledì sei lì che stai cliccando con tanto gusto quelle benedette faccine, cercando il post adatto per provarle tutte. Sì, lo stai facendo. E pure io l’ho fatto. Il mondo di Facebook ha sùbito un’importante variante, se non la più importante da un po’ di tempo a questa parte. Il social network di Mark Zuckerberg non si divide più solo in chi mette “mi piace” e chi non lo mette, ma si aggiungono al rimodernizzato – anche nella forma – “like”, altre cinque possibilità di scelta: un cuore (love), una faccina sghignazzante (ahah), una faccina stupita (wow), una faccina triste con la lacrima (sigh) e una faccina rossa paonazza e arrabbiata (angry). Ne manca una, avete ragione. Ma era solo presente nei test e come vedete nel video di Chris Cox, Chief Product Officer (ossia il responsabile dei prodotti di Facebook) c’era anche una faccina un po’ stupida con le guanciotte rosse dal significato meno preciso, definita con un “yay”. Una sorta di emoji compiaciuta, soddisfatta ed emozionata. Dopo i primi test spagnoli e irlandesi si è capito che se ne poteva fare tranquillamente a meno. E in effetti non ne sentiamo la mancanza. Ti senti confuso come John Travolta? All’inizio probabilmente sarà così, ma poi tutto andrà in automatico, quando nella tua testa si creerà una sorta di algoritmo – un po’ come quello dei social network – per cui quel tipo di post o foto meritano un like, altre un cuore o un ahah, altre ancora un wow, un sigh o un grr. Maledetti suoni onomatopeici. E in arrivo ci sono tanti meme. L’importanza del mi piace Non potrai più nasconderti di fronte ad un enigmatico quanto criptico like. Fino a ieri potevi voler dire tante cose: come una semplice approvazione ad un post ma che in una foto poteva mutare e acquisire un valore diverso e più ammiccante. Non per forza, sia chiaro, ma poteva. Altro valore acquisiva un mi piace ad uno status, diciamo negativo o che comunque trattasse di un brutto avvenimento o disgrazia. Una sorta di pacca sulla spalla ma che spesso facevi fatica a rendere mettendo il pollice alto, tanto che spesso il primo commento che si leggeva lì sotto era: “vorrei il tasto non mi piace” o “ci vorrebbe il tasto mi dispiace”. Oggi il tuo mi piace vale come un mi piace. Né più e né meno. Se vuoi dire di più, devi scegliere. L’importanza del non mi piace Siamo arrivati al punto che per ogni, o meglio, per la stragrande maggioranza dei sentimenti, esiste una faccina che significa una reazione. Il pericolo “dislike” però è stato sventato, poiché sarebbe stato uno scomodo nemico tanto facile da pigiare quanto un like, ma molto più fastidioso e gravante, soprattutto per i marchi, e di conseguenza anche per Facebook e per tutti gli investimenti in termini di sponsorizzazioni sulla piattaforma social. Resta di fatto in quella faccina rossa arrabbiatissima che potrebbe essere utilizzata come dissenso e alla lontana renderla un sorta di dislike sotto mentite spoglie, ma lo capiremo più avanti. Prendiamo ad esempio un post di una squadra di calcio che festeggia il raggiungimento di un risultato. Dall’altra parte della tastiera un esercito di avversari che, invece di scrivere al di sotto della foto semplici commenti facilmente eliminabili, riempie invece di indelebili “non mi piace”. Ecco spiegato in maniera molto semplice ma efficace. Non conveniva alle aziende e di conseguenze non conveniva a Facebook introdurlo. L’importanza del sentimento Per avere i tuoi sentimenti, ti convincono a manifestarli. Perché è il sentimento quello che interessa di noi utenti sui social network, e non solo da oggi. Di “sentiment” se ne discute da anni, entrando in quella branca di analisi dei social network così legata alle parole e al loro significato, il sentiment analysis. È da lì che si possono estrapolare le nostre emozioni che trasformate in dati danno la reale percezione di come il pubblico giudichi un determinato prodotto, o argomento. Il tono, l’intensità, l’emotività e l’importanza di un commento vengono analizzate e definiscono in base a vari parametri una reazione. Ora è tutto visibile e conteggiabile velocemente da tutti per avere un primo – anche se non definitivo – quadro della situazione. Qualcuno inizierà a fare a gara. Un cuore vale 10 like? Le faccine arrabbiate valgono –10 mi piace? Per l’algoritmo di Facebook varranno tutte uguali, al massimo cambierà qualcosa per chi si pavoneggia amabilmente sul social. Il sentiment non è solo importante per i social network o per noi. BuzzFeed per i suoi articoli stimola da tempo gli utenti con i suoi LOL, WTF e molti altri, e recentemente anche con le gif. L’importanza delle emoji Non si scopre di certo grazie a Facebook la capacità comunicativa delle emoji: ci si scrivono comunicati, si raccontano puntate di serie tv e si utilizzano per interi videoclip. Già con l’introduzione delle emoticon nei commenti agli status di Facebook, nel 2012, si è iniziato un processo di avvicinamento a quelle palline gialle. Poi con l’introduzione delle emozioni negli status questo ha spinto a una manifestazione ancor più accentuata e visibile ma con la scelta di una miriade di opportunità. Ora le emoji acquisiscono sempre più importanza. E con le reactions, forse, si arriverà ad una riduzione di commenti ridondanti e alquanto fastidiosi pieni di emoticon ripetute all’infinito. I thread delle discussioni probabilmente ne gioveranno in pulizia, e anche noi faremo meno fatica a leggerli. L’importanza del gesto “Likami” non suona molto bene come parola, ma ormai è entrata in una sorta di gergo comune di cui ormai non possiamo più fare a meno. “Lovvami”, sfortunatamente, lo sentiamo già pronunciare da svariate bimbeminkia. Prepariamoci a un incremento. E gli altri? Un po’ più difficili da rendere come gesto. “Ahahami”? Nah. “Wowami”? Potrebbe essere sostituito da “lollami” perché il LOL è molto più utilizzato. La faccina triste che fa sigh è alquanto impossibile. Mentre il “grr” diventerà “grrrami”? Le reactions vogliono a tutti i costi farvi dire la vostra, e prendere una posizione più o meno chiara. Non basta più il like, si arriva a un secondo stadio di scelta dove l’emozione conta più di tutto. Non c’era spazio per gli ignavi, né nell’inferno, né nel paradiso di Dante. Non c’è spazio per gli ignavi su Facebook, a loro resta solo il silenzio.

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