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Lunedì, 14 Settembre 2009

Editori, governi, celebrità quella strana alleanza contro la corazzata Google GUERRE INDUSTRIALI

Tutti all’improvviso sembrano aver paura del primo motore di ricerca mondiale, accusato di aver acquisito troppo potere.

team-googleVampiri, noi? Ma se abbiamo qui pronta la soluzione per farvi vendere i giornali! Eccola lì, datata 9 settembre, la mossa del grande "spariglio", fatta per conquistare consenso e per mettere a tacere il malcontento di editori di quotidiani e settimanali ma anche di libri e in futuro di qualsiasi "pezzo" di produzione culturale e metterli davanti a una sfida vera. La mossa consiste nel riciclaggio di una "preesistenza" del sistema Google, quel Google checkout ("vai alla cassa") che non ha avuto grande visibilità in Europa funziona solo negli Usa e Gran Bretagna ma che, una volta reingegnerizzato, potrebbe essere adattato ai micropagamenti. Cioè a transazioni di importo piccolissimo, per la vendita della singola copia elettronica del giornale e perfino di un solo articolo. Il progetto l’hanno presentato gli ingegneri di Mountain View all’Associazione degli editori di giornali Usa con tanto di esemplificazioni della procedura. Erano stati gli editori stessi a chiedere all’industria di presentare idee e soluzioni per supportare quello che è ormai un orientamento consolidato: far pagare una parte dei contenuti che i giornali offrono in rete. Il servizio sarà pronto l’anno prossimo ma intanto si comincia a parlarne. La mossa si incastra perfettamente nella strategia del sorriso di Google, in un panorama internazionale di crescenti cattivi umori verso il motore di ricerca: come se all’improvviso la dinamicità di Google avesse cominciato a destare paura e perplessità negli establishment di mezzo mondo.

Uno dei punti di sofferenza è Google News. Gli editori vedono in quella pagina di titoli e ampi sommari una cannibalizzazione, un furto di contenuto che non porta traffico e che è capace di mettere un sito di news quasi amatoriale davanti a siti di giornali con redazioni dedicate. Quest’estate Josh Cohen, manager del servizio, era venuto in Italia per spiegare che i criteri sono trasparenti e comprensibili. Impresa francamente ardua, non perché le persone che rappresentano Google non ci provino con professionalità ed onestà personale, ma perché ogni tentativo di comprensione si arena di fronte alla difesa arcigna del segreto industriale. Poi c’è stata la tempesta europea sui libri. A Bruxelles hanno preso atto della protesta delle associazioni di editori del continente e delle perplessità dei governi di Francia e Germania. Si discute dei diritti di utilizzazione degli esauriti e dei libri per i quali non vige più diritto d’autore, ma la questione riguarda in prospettiva l’intera industria libraria. Ha dichiarato l’Associazione italiana degli editori: «Un regime di questo genere genera rischi concreti di creazione di un monopolio nell’editoria elettronica libraria. Chi potrà competere con il gigante di Mountain View, che già può sfruttare le sinergie con il suo motore di ricerca per acquisire visibilità?» La "visibilità" è parola chiave: Google può darne di più a un libro piuttosto che ad un altro? Può favorire un concorrente in luogo di un altro? Che razza di mercato è questo? si chiedono gli editori. Poi ci sono altri guai...

Se si esclude la grana dell’amministratore delegato Eric Schmidt, che ha dovuto lasciare il board Apple dopo che l’antitrust Usa aveva sottolineato il conflitto d’interessi, gli altri problemi di Google ruotano attorno al tema dell’opacità delle tecnologie. Quelle che regolano il bene primario del mercato della conoscenza: la possibilità di esser visti dal pubblico dei navigatori. Ci sono altri guai con il governo cinese, dove l’azienda deve applicare i principi di censura e filtraggio imposti dal governo. Censura che vige anche in paesi meno autoritari come l’Argentina, dove sulla base di una sentenza del 2008, i contenuti che parlano di celebrità (la prima richiesta venne da Maradona) non sono visibili se non appartengono a media ufficialmente registrati. A questo si aggiungano altri punti dolenti dove Google appare meno immediatamente dalla parte del torto: a Milano sono a giudizio quattro dirigenti dell’azienda per il caso del video apparso su Google Video di abusi a un ragazzo down. L’accusa è diffamazione aggravata, ma il punto in discussione è che sugli operatori internet potrebbe finire per pesare l’obbligo di verifica dei contenuti. Che è ciò che accade in Cina e in Iran.

Contro YouTube (proprietà di Google) pendono poi diverse cause per infrazioni di diritti sulle immagini pubblicate. Tra le "parti attrici", anche Mediaset con una richiesta di 500 milioni di risarcimento. Ma torniamo alla visibilità. Nel 2008 c’è stato in Italia il caso di Robin Good, piccolo editore puro di internet, presente cioè solo sulla rete, che un giorno si è visto retrocedere dalle prime posizioni occupate nei contenuti di sua competenza. Solo dopo alcune settimane di "oscuramento" e un rischio reale di non farcela più, si è visto restituire la visibilità. Scrive Cory Doctorow, romanziere e blogger di fama mondiale: «Avere un cattivo posizionamento da parte di un motore ti rende irrilevante, fallito, invisibile. I motori spesso fanno sparire siti per la violazione di regole che non sono pubbliche e restano invisibili». Il "grande reintermediatore" è il nuovo mercato: ma le regole della piazza sono nelle mani di uno solo, che non ce le rivela. La visibilità si può declinare anche così: per i grandi giornali online più del 50% dell’utenza proviene da motori e da social network, non da fedeli lettori. E Google detiene il 65% del traffico delle ricerche, Yahoo e Bing della Microsoft, recenti alleati, non vanno oltre il 25%. Per le pagine dei singoli siti, blog e iniziative editoriali minori il ruolo di Google nel mandare lettori può pesare fino al 70% degli "occhi" che arrivano a leggerti. Se Google ti fa "scendere" nella visibilità, si chiude baracca.

Uno dei punti di maggiore nonchiarezza riguarda i criteri che regolano l’asta, attraverso la quale si acquista la pubblicità su Google. In una testimonianza alla Camera dei rappresentanti, Benjamin Edelman, docente ad Harvard, ha scritto che Google fissa prezzi ed alti parametri che determinano, loro sì e non le offerte degli acquirenti, i prezzi delle "parole chiave", che sono la merce che si acquista (si tratta della parola, digitata la quale, apparirà una certa inserzione). Edelman parla a questo proposito di "prezzi di riserva", meccanismo che di fatto manipola il prezzo a favore di chi vende. Google è allo stesso tempo arbitro e venditore, o se preferite, giocatore. All’acquirente non resta che fidarsi. Come scrive Doctorow: "è un’idea terribile, conferire tutto questo potere a una sola azienda, anche se divertente, attenta agli utenti e tecnologicamente eccellente come Google".

Fonte da repubblica.it - Scritto da VITTORIO ZAMBARDINO

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